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La Convenzione contro le armi biologiche (BTWC): un trattato senza strumenti di verifica

di Achille Ludovisi

La Convenzione per la proibizione dello sviluppo, produzione e immagazzinamento delle armi batteriologiche, biologiche e delle tossine e per la loro completa distruzione (BTWC) fu presentata il 10 aprile 1972, ed entrò in vigore il 26 marzo 1975. Attualmente (maggio 2000) 162 paesi hanno siglato la BTWC, 144 l’hanno ratificata e 31 non hanno aderito1.
La maggior parte dei non aderenti alla BTWC sono piccoli stati del Terzo Mondo che non dispongono delle risorse per poter sviluppare sistemi di guerra biologica. Nel gruppo di coloro che non partecipano figurano altresì paesi che potrebbero avere le capacità tecnologiche, gli impianti, le conoscenze e l'esperienza per mettere a punto armi biologiche ed impiegarle. Tra questi si possono citare Israele (dotato delle capacità scientifico-tecnologiche, dell'apparato industriale e delle infrastrutture militari necessarie) e le repubbliche ex sovietiche (Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Tagikistan e Azerbaigian), queste ultime possono aver acquisito gli impianti di ricerca e di produzione e le conoscenze opportune come lascito dell'epoca sovietica2. Risulta assai poco credibile l'indicazione del Sudan quale possibile stato 'proliferante'.
Il trattato è un tipico esito della politica di controllo degli armamenti promossa dalle due superpotenze durante la Guerra Fredda. Nel 1972, quando fu presentato il testo della BTWC, si riteneva che solo gli Stati Uniti e l’Urss avessero intrapreso la ricerca e lo sviluppo di programmi per la guerra batteriologica3, tuttavia anche in Gran Bretagna veniva attribuita alla guerra batteriologica (BW) una valenza strategica paragonabile a quella accreditata agli armamenti nucleari.
L’elemento innovativo contenuto nella BTWC risiedeva nella delegittimazione totale delle armi biologiche.
Nel 1969 la rinuncia statunitense allo sviluppo ed all'impiego di sistemi d'arma per la guerra biologica fu all'origine dei negoziati che portarono all'adozione della BTWC. Tale scelta fu effettuata in un periodo nel quale non sembrava esistere nelle alte sfere militari … il minimo serio interesse per le armi biologiche4, in quanto il loro sviluppo – sulla scorta delle conoscenze scientifiche che si avevano in quegli anni – presentava più rischi che vantaggi, e gli arsenali delle grandi potenze disponevano già di sistemi d’arma come quelli nucleari maggiormente consoni ai dettami delle dottrine strategiche esistenti.
La vicina prospettiva di un accordo per l'abolizione delle armi biologiche appariva come un momento storico, nel quale le scienze biologiche, intimamente legate alla missione umanitaria della medicina, possono venire sottratte in tutto il mondo all’asservimento agli scopi militari5. Tali speranze si sono rivelate in buona parte aleatorie.
Contrariamente a quanto accadde per gli accordi sul controllo degli armamenti nucleari, la BTWC non prevedeva e non prevede tuttora alcun meccanismo specifico che verifichi il rispetto dei divieti stabiliti dal trattato da parte dei paesi che vi hanno aderito6. Inoltre vengono dichiarate lecite tutte le attività di ricerca e sviluppo condotte dagli stati parte nell’intento di rafforzare il dispositivo difensivo contro eventuali attacchi con armi batteriologiche. Gli ambienti scientifici e gli analisti militari ritengono che il confine tra le conoscenze necessarie per mettere a punto i sistemi difensivi, e quelle indispensabili per sviluppare programmi offensivi, sia assai difficile – se non impossibile – da tracciare. La storia della ricerca e della fabbricazione di agenti biologici negli Stati Uniti nel corso del secondo conflitto mondiale offriva a Barton J. Bernstein lo spunto per la seguente riflessione: armi progettate per la deterrenza o la rappresaglia [possono] sembrare allettanti e moralmente giustificabili anche a scopi offensivi. Una volta che la macchina bellica è entrata in azione, gli scienziati possono non riuscire più a controllare l’uso della tecnologia che loro stessi hanno creato, in particolare nel caso di un conflitto che venga definito una guerra ‘giusta’’7.
La ‘tregua’ nello sviluppo di programmi di ricerca ‘difensivi’ coincise con un periodo, gli anni Settanta, in cui restavano ancora aperti problemi scientifici e tecnici che non consentivano la messa a punto di sistemi radicalmente innovativi rispetto agli arsenali biologici tradizionali. All’inizio del decennio successivo furono acquisite nuove conoscenze per la manipolazione del materiale genetico e venne perfezionata la tecnica del DNA ricombinante. La scoperta degli enzimi batterici o di restrizione, capaci di separare le molecole di DNA in maniera altamente prevedibile, e la comprensione dei meccanismi di controllo genetico nei piccolissimi filamenti di DNA dispersi nei batteri, facevano si che molecole di DNA di diversa provenienza, persino di specie diverse, potevano essere separate e ricombinate in forme più o meno controllate … il gene o i geni che interessavano di volta in volta potevano essere estratti dal loro ambiente cellulare normale e trapiantati nell’ambiente genetico comparativamente semplice e noto di un batterio … Questo significava che lo studio dell’organizzazione e il controllo dei genomi degli organismi superiori [uomo incluso n.d.r.] diventava improvvisamente possibile8. Nel dibattito che seguì tali scoperte poco o nulla si disse delle loro possibili conseguenze per la messa a punto di nuovi agenti per la guerra biologica.
A partire dai primi anni Ottanta, negli Stati Uniti, in altri paesi occidentali ed in Urss furono finanziate nuove ricerche che vennero svolte soprattutto da istituti ed enti militari.
Sebbene non si siano verificati, dal 1945 ad oggi, casi conclamati di impiego massiccio di armi biologiche, numerose sono le notizie relative alle potenzialità ed alle reali capacità di molti paesi di dotare le proprie forze armate di un arsenale batteriologico. Ciononostante le prove incontrovertibili al riguardo sono pochissime: solo la Federazione Russa ha ammesso ufficialmente che l’Urss aveva fabbricato sistemi d’arma per la guerra batteriologica dopo l’entrata in vigore della BTWC9 avviando un importante programma di ricerca e sviluppo nei settori della biologia molecolare e della genetica, i cui risultati avrebbero dovuto essere applicati sia in campo civile che militare10. Il programma per la guerra biologica di Mosca avrebbe portato allo sviluppo di agenti patogeni di tipo nuovo, contro i quali non esisterebbero mezzi di difesa e vaccini. In particolare sarebbe stato messo a punto un ceppo di batteri della peste e dell’antrace geneticamente modificati in modo da renderli più resistenti e adatti ad un impiego militare11. Secondo molti analisti occidentali, la chiusura di alcuni impianti inseriti nel programma di produzione di armi biologiche dell’ex Urss (stabilimenti di Ekaterinenburg, Sergiyev Posad e Kirov) alle visite di tecnici statunitensi e britannici, rappresenterebbe una prova dell’intenzione delle odierne autorità russe di continuare la ricerca e sviluppo di agenti BW, smantellando solo in parte l’arsenale sovietico.
Il secondo caso appurato è quello relativo all'Iraq, dove nel 1995, in seguito alle ispezioni condotte dall'United Nations Special Commission (UNSCOM), fu portato alla luce il programma di armamento batteriologico intrapreso dagli iracheni.
Il terzo episodio riguarda il programma militare chimico e batteriologico sviluppato in Sud Africa durante il regime dell’apartheid. Ufficialmente le ricerche erano condotte a scopi difensivi, ma in realtà si trattava di progetti che intendevano mettere a punto i sistemi di diffusione di agenti patogeni quali l’antrace (tramite le sigarette), il botulino (nel latte) ed il vibrione colerico. Venivano studiate inoltre tecniche per controllare la fertilità di interi gruppi umani; tra queste figurava lo studio di un batterio capace di agire selettivamente sulla base della pigmentazione della pelle. I programmi, che nonostante l’esistenza dell’embargo nei confronti del Sud Africa si sono avvalsi della collaborazione di istituti di ricerca ed imprese tedeschi, israeliani, statunitensi, di Taiwan e belgi, intendevano mettere a punto strumenti efficaci per condurre una guerra civile batteriologica contro la popolazione di colore12.
Secondo le stime più prudenti, 10-15 paesi possederebbero oggi agenti patogeni per l'impiego militare o starebbero sviluppando ricerche per produrli13.
Di fatto il dettato della BTWC è stato ampiamente disatteso giacché la costruzione in laboratorio di nuovi agenti patogeni – anche se realizzata ufficialmente per scopi ‘pacifici’ e ‘difensivi’ – è in pieno contrasto con quanto sancito dall’art. 1 della Convenzione.
Le due superpotenze, che avrebbero dovuto garantire il rispetto del trattato, di fatto hanno continuato lungo il cammino della proliferazione, che proprio in quegli anni andava assumendo nuovi ed inquietanti caratteristiche. La giustificazione ufficiale di gran parte di tali attività, come si è visto, era ed è tuttora quella di mettere a punto nuovi strumenti di difesa contro le malattie infettive. Nel 1985, ad esempio, un laboratorio di ricerca delle forze armate statunitensi fu autorizzato ad effettuare la clonazione del gene della tossina che provoca la dissenteria da shigella, un batterio estremamente comune nelle realtà urbane e rurali del Terzo Mondo. Trovare un vaccino contro questo tipo di dissenteria, responsabile della morte di centinaia di migliaia di esseri umani, era senza dubbio uno scopo lodevole e condivisibile; ciononostante Robert Sinsheimer, un biofisico che si batteva per affermare il controllo della società sulle linee evolutive della ricerca biomedica, faceva notare al riguardo: Mi sentirei molto più a mio agio se il lavoro fosse fatto altrove, per esempio al National Institute of Helath. Una volta presa dimestichezza con un organismo l’uso che ne fa la gente del Pentagono è senz’altro diverso da quello che ne farebbero i ricercatori di altre istituzioni14.
Allo stesso modo alcune ricerche ufficialmente indirizzate a combattere i tumori, presentavano aspetti assai ambigui Nel caso dell’inserimento nelle cellule di E. Coli, un comunissimo batterio che si trova nell’intestino umano, del gene che codifica la produzione della tossina della difterite la comunità scientifica avanzò parecchi seri dubbi, giacché le conoscenze che si stavano ricercando con quell’esperimento si sarebbero potute ottenere in maniere molto più semplici e, soprattutto, senza creare – sfruttando la tecnica del DNA ricombinante – un microrganismo semi-artificiale potenzialmente molto pericoloso per la salute umana.
All'inizio degli anni Ottanta su alcune riviste scientifiche occidentali (tra le altre l'autorevole Nature) comparvero una serie di denuncie circostanziate relative all’esistenza, negli Stati Uniti, di ricerche coperte da segreto militare nel settore genetico, biologico e biochimico beneficiari di finanziamenti per centinaia di milioni di dollari. Nel 1984 i maggiori paesi industrializzati decisero di sottoporre a controllo le esportazioni di tecnologie e know-how messe a punto in campo civile ma dotate di possibili ricadute in campo militare; si trattò di un segnale chiaro di quanto potessero essere strategicamente importanti le nuove conoscenze elaborate dalla ricerca e dall’industria in campo biologico.
Nel descrivere le attività svolte alla fine degli anni Ottanta negli Stati Uniti il microbiologo Richard Goldstein ha sottolineato come i progetti per la difesa biologica finanziati dal Pentagono trattavano: gli agenti più patogeni al mondo, producendo ceppi alterati e molto più virulenti, producendo vaccini per proteggere le proprie truppe contro tali agenti … e allo stesso tempo sviluppando sistemi di diffusione per mettere a punto i sistemi di difesa contro qualsiasi mezzo di dispersione nell’ambiente. Così, quello che il Dipartimento alla Difesa si ritrova, alla fine, è un nuovo sistema di armi biologiche composto da un organismo virulento, un vaccino contro di esso e il suo sistema di diffusione15. Le evidenze al riguardo sono numerose, ad esempio le ricerche sugli aerosol infettivi, nelle quali sono impegnati ancora oggi molti laboratori militari allo scopo di approntare mezzi di difesa, sono determinanti anche per progettare nuove armi capaci di una disseminazione più efficace.
Numerosi paesi mantengono strutture militari di ricerca a scopo difensivo nel settore biologico e biochimico e, in questi ultimi anni, hanno aumentato gli stanziamenti per tali attività. Tra gli istituti militari europei più importanti figurano il Chemical and Biological Defence britannico, con sede a Porton Down, e l'Istituto militare di medicina tropicale delle forze armate francesi (IMTSSA) localizzato a Marsiglia. Nei laboratori di Porton Down, posti alle dipendenze della Defence Evaluation and Research Agency (DERA), si sono messi a punto, sfruttando le tecniche dell'ingegneria genetica, nuovi vaccini per immunizzare le truppe dal rischio di contagio rappresentato da una vasta gamma di agenti patogeni. Nell'agosto del 1999 la DERA ha diffuso un comunicato stampa nel quale annunciava che i ricercatori di Porton Down avevano messo a punto un nuovo vaccino contro la peste. Il successo era legato all'impiego di tecniche di manipolazione basate sull'individuazione dei geni del batterio Yersinia pestis, responsabili della codificazione delle proteine denominate F1 e V, e sul successivo impianto di tali geni nelle cellule del batterio E. Coli, allo scopo di produrre in grandi quantità le proteine F1 e V costituenti il nuovo vaccino16.
Nel centro militare francese si effettuano ricerche soprattutto sulle malattie infettive presenti nei paesi d’oltremare in cui svolgono missioni le truppe francesi, si studiano anche le nuove patologie e le caratteristiche dei microrganismi di eventuale impiego militare. Vengono condotte indagini anche sugli effetti dei composti neurotossici e sulle tossine convulsivanti. I principali risultati degli studi in corso presso l’IMTSSA riguardano: l’individuazione dei ceppi resistenti del Plasmodium falciparum e la messa a punto di nuovi protocolli chemioprofilattici e terapeutici, la sperimentazione di tecniche diagnostiche rapide per il virus della dengue e il monitoraggio – a partire dal 1988 – dei diversi ceppi di Neisseria meningitidis, responsabili delle epidemie di meningite verificatesi in alcuni paesi africani. In futuro si prevede di continuare lo sviluppo di queste ricerche allargando il raggio delle indagini17.
Nel luglio del 1999, l'agenzia governativa statunitense Defense Threat Reduction Agency ha reso noto che gli unici stati con 'capacità superiori' in quanto a produzione di agenti biologici, mezzi per la loro dispersione, individuazione degli organismi patogeni presenti nell'ambiente e realizzazione dei sistemi di difesa, sono USA, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania18.
Dal 1991, anno della guerra contro l’Iraq, si è registrata una nuova accelerazione nei programmi militari difensivi contro la guerra biologica. Ufficialmente si attribuiva al probabile impiego di armi batteriologiche da parte degli iracheni – peraltro mai ufficialmente confermato da entrambi i belligeranti – la necessità di mettere a punto tecnologie efficaci nel rilevare ed identificare gli agenti BW liberati nell’ambiente per consentire misure protettive migliori. È il caso di ricordare come tra le possibili cause all’origine della ‘Sindrome del Golfo’, che ha colpito almeno 90.000 reduci statunitensi ed alcune migliaia di soldati britannici, venga indicata l’inoculazione di vaccini sperimentali contro gli agenti biologici e le tossine. Non si deve tuttavia dimenticare che l’arsenale biologico iracheno secondo quanto è risultato dalle ispezioni UNSCOM, era tutt’altro che evoluto, essendo in larga parte costituito da agenti BW ampiamente conosciuti; i ceppi di alcuni di questi ultimi sono stati forniti, nel periodo 1985-1989 , ai laboratori dell'Iraq dagli Stati Uniti.
La 'minaccia' irachena, paventata come ottima ragione per riprendere le richerche 'difensive' in campo batteriologico militare, è assai poco credibile, soprattutto dopo l'avvenuta distruzione - nel corso della guerra e delle ispezioni UNSCOM - di più del 90% degli impianti e dei laboratori sospettati di essere impieati o utilizzati nei programmi BW. Sembra più plausibile attribuire il nuovo impulso alla ricerca e sviluppo da un lato alle possibilità aperte dalle ricerche condotte in ambito civile nei settori dell'ingegneria genetica e delle biotecnologie, dall'altro al mutamento intervenuto, dopo la fine della Guerra Fredda, nelle dottrine militari e nella situazione geopolitica e geoeconomica mondiale. Non è un caso che l'attenzione verso le malattie infettive tropicali sia cresciuta dopo che i 'modelli' di difesa delle principali potenze e gli impieghi operativi concreti delle loro forze armate si sono 'proiettati' al di fuori delle regioni europee, in direzione dei paesi del Terzo Mondo.
Per sintetizzare la svolta ‘filosofica’ che sta maturando in questi anni di conflitti diffusi si potrebbe impiegare l’affermazione la guerra giustifica i mezzi , parafrasi assai efficace della notissima frase machiavellica sul rapporto tra fine e mezzi. Si tratta di sviluppi che hanno reso estremamente concreto uno scenario di conflitto futuro nel quale azioni di guerra biologica possono assumere una grande importanza sia tattica che strategica. In questa direzione si sono pronunciati la NATO – per la quale la proliferazione di armi nucleari, chimiche e biologiche costituisce una minaccia diretta19 – e gli Stati Uniti.
Nel febbraio del 1999 l'International Action Center – organizzazione pacifista fondata nel 1991 dall’ex ministro della giustizia Usa Ramsey Clark – ha avanzato fondati sospetti che i responsabili militari statunitensi abbiano pianificato una guerra batteriologica ‘indiretta’ contro la popolazione e gli animali in Iraq20. Indipendentemente dall’episodio specifico, la documentazione resa nota dall’International Action Center offre uno spaccato assai significativo della relazione che intercorre tra quella ‘evoluzione’ nella dottrina della guerra, alla quale si faceva cenno, e lo svolgimento di operazioni BW di tipo ‘nuovo’. In uno studio compilato dal colonnello dell’aviazione statunitense Robert P. Kadlec intitolato “Armi biologiche per vincere le guerre economiche” si afferma: I paesi meno sviluppati o in via di sviluppo sono in una posizione molto più precaria [rispetto ai paesi industrializzati n.d.r.]. Se si intende colpire una coltivazione che viene esportata o una fonte di cibo, l’impiego della guerra biologica può infliggere un colpo durissimo alla società ed all’economia e può provocare un impatto politico di rilievo. La storia ci insegna come a catastrofi quali le carestie e le epidemie siano spesso associate l’instabilità ed il caos. L’uso di armi biologiche in questa direzione potrebbe servire per vincere le ‘guerre a bassa intensità’ con conseguenze strategiche21. Risulta evidente come per condurre una guerra biologica di questo tipo non sia assolutamente necessario schierare il tradizionale hardware militare. È sufficiente, ad esempio, diffondere tramite la rete commerciale delle grandi società multinazionali un tipo di seme geneticamente modificato che provochi – a medio e lungo termine – effetti disastrosi sulle colture per mettere in ginocchio molte economie del Terzo Mondo; quella che si è appena descritta è un’ipotesi tutt’altro che ‘fantascientifica’. Al riguardo Susan Gorge ha acutamente osservato: Quando un gene sfugge in un ambiente più vasto non lo si può richiamare indietro. Analogamente, le piante selezionate per resistere a virus specifici possono finire per sviluppare per ricombinazione virus nuovi e più virulenti di quelli che si trovano in natura. Nella logica di questo nuovo tipo di ‘guerra biologica indiretta’ possono assumere grande importanza strategie commerciali che, in apparenza, non sono identificabili quali azioni di guerra, ad esempio: la tendenza dei piccoli coltivatori a mettere da parte semi per garantire la varietà genetica va combattuta, fornendo se necessario sementi ‘moderne’ e geneticamente omogenee sottocosto o gratuitamente. Gli organismi nocivi prosperano in condizioni di omogeneità, e le monocolture sono più esposte alle malattie di quelle miste o degli incroci22.

Note

1 Si tratta dei seguenti stati: Andorra, Angola, Antigua e Barbuda, Azerbaigian, Camerun, Ciad, Comore, Cook, Gibuti, Eritrea, Guinea, Vaticano, Israele, Kazakistan, Kiribati, Kirghizistan, Marshall, Mauritania, Micronesia, Moldavia, Mozambico, Namibia, Nauru, Nive, Palau, Samoa, Sudan, Tagikistan, Trinidad, Tuvalu, Zambia.
2 Un episodio accaduto nel 1999 pare rendere plausibile questo scenario. Il 10 novembre l'ex primo ministro kazako Akezhan Kazhegeldin ha dichiarato alla stampa occidentale che il Kazakistan avrebbe potuto avviare la produzione di armi chimiche e batteriologiche. Due giorni dopo un portavoce del Comitato di Sicurezza Nazionale ha smentito la dichiarazione, cfr. SIPRI Yearbook 2000 …, p. 534.
3 B. Roberts, Institute for Defense Analyses, Washington, DC, USA, The Biological and Toxin Weapons Convention: A historic and political perspective, comunicazione presentata al forum internazionale: A Strengthened Biological and Toxin Weapons Convention Potential Implications for Biotechnology 28. - 29. May 1998 Institute of Applied Microbiology University for Agricultural Science Vienna.
4 M. S. Meselson, “Armi chimiche e biologiche”, in Le Scienze, agosto 1970, p.14.
5 ibidem
6 Come è avvenuto per molti accordi sul disarmo negoziati ed entrati in vigore nell’epoca della Guerra Fredda, la verifica era tacitamente affidata ai servizi d’informazione ed alla rete di velivoli spia e di satelliti di Stati Uniti ed Urss.
7 Barton J. Bernstein, “L’origine del programma statunitense di guerra biologica”, in Le Scienze, agosto 1987.
8 J. Turney, Sulle tracce di Frankenstein. Scienza, genetica e cultura popolare, Torino, 2000, pp. 245-246.
9 Dichiarazione resa da Boris Yeltsin il 14 settembre 1992, cfr. Los Angeles Times, 15 settembre 1992.
10 M. Leitenberg, “Biological Weapons Arms Control”, in Contemporary Security Policy, A. 17, n. 1 (aprile 1966), pp. 1-79.
11 Dichiarazione di Ken Alibek, ex dirigente del complesso scientifico ed industriale russo 'Biopreparat', oggi responsabile dei programmi di ricerca statunitense Batelle Memorial Institute, cfr. J.P. Zanders, E. M. French e N. Pauwels, "Chemical and biological weapon developments and arms control", in Stockholm International Peace Research Institute, SIPRI Yearbook 1999 armaments, disarmament and international security, New York, 1999, p. 582-583.
12 Truth and Reconciliation Commission, Final Report, presentato al Presidente Nelson Mandela il 29 ottobre 1998, vol. 2, cap. 6. Il testo è consultabile sul sito Internet http://www.truth.org.za/final/.
13 B. Roberts, op. cit.
14 Dichiarazione riportata in R. Castelnuovo, D. Minerva, “La guerra dei germi”, in Sapere, febbraio-marzo 1986, p.17.
15 Dichiarazione citata da J. Rifkin, Il secolo Biotech. Il commercio genetico e l’inizio di una nuova era, Milano, 1998, p. 158.
16 Notizie sulle attività del centro di Porton Down e sul nuovo vaccino sono reperibili sul sito Internet http://www.dera.mod.uk/.
17 Notizie in merito sono reperibili sul sito Internet ufficiale del servizio di sanità delle forze armate francesi htpp://www.defense.gouv.fr/sante/.
18 Il rapporto si può consultare all'indirizzo Internet: www.sunshine-project.org.
19 Dichiarazione finale del vertice dei ministri della Difesa dei paesi aderenti alla NATO, Bruxelles, 12 giugno 1997.
20 Sul sito Internet dell’associazione (http://www.iacenter.org) il 2 febbraio 1999 è comparso un articolo dal titolo “Biological Warfare Against Iraq: A Supplement to Sanctions” che poneva in relazione l’epidemia che ha decimato, nel giro di poche settimane, un milione di capi di bestiame ovino con la distruzione, operata dall’UNSCOM, del laboratorio iracheno nel quale si produceva il vaccino (operazione motivata con la natura duale delle attrezzature) e con la probabile successiva introduzione del virus operata dai servizi segreti statunitensi. L'epidemia ha privato la popolazione del paese, già sottoalimentata a causa della guerra e dell'embargo, della fonte principale di proteine.
21 ibidem
22 Il Rapporto Lugano. La salvaguardia del capitalismo nel ventunesimo secolo, appendice e postfazione di Susan Gorge, Trieste, 2000, pp. 132-133.

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